#09 Sul bus, che storia! - Macadam

MACADAM

di Andrea Viscusi


«Ci siamo perse.» Lexy indica la striscia d’asfalto uniforme che prosegue fino all’orizzonte.
«No, dai» Magda abbassa il volume della radio. «Il navigatore dice che manca poco.»
Chiamata in causa, la app parla attraverso il telefono affisso al cruscotto. – TRA OTTO-CENTO-METRI. SVOLTA-A-DESTRA.
Secondo quanto riporta la schermata, mancano dodici minuti a raggiungere la città. Ma in vista c’è solo una distesa piatta interrotta da qualche albero seccato dall’estate.
«È stata un’idea del cazzo.» Lexy sbuffa. Lascia il volante e si massaggia la nuca. «Potevamo andare a Mykonos, con le altre.»
«E poi ti saresti lamentata che era una vacanza come le altre. Ti diplomi una volta sola, nella vita.»
«Ma non è che mi avrebbe fatto schifo il mare, o una serata in discoteca.»
«Dobbiamo parlarne ancora?» Hanno affrontato lo stesso discorso prima di partire, e altre due volte durante le sei ore di viaggio. E pensare che la proposta era stata proprio di Lexy: scegliamo un punto sulla mappa, uno a caso. Lo mettiamo sul navigatore e arriviamo lì.
Il senso ultimo avrebbe dovuto essere che non importa la destinazione, ma il viaggio. Solo che il viaggio si sta rivelando una schifezza. E la loro destinazione non si vede.
– SVOLTA. A-DESTRA.
Lexy mette la freccia e gira su un altro canale liscio di asfalto grigio scuro.

– TRA TRECENTO-METRI. ARRIVO.
Lexy sbuffa. «Questo coso si è sputtanato.»
Lo schermo del telefono mostra una griglia di strade e punti d’interesse che non corrispondono a quello che si trovano davanti. Dovrebbero avere appena superato un cinema, e poco di fronte dovrebbero trovare un centro commerciale.
«Accosta qui» propone Magda. «Andiamo a piedi.»
Lexy apre la bocca per rispondere che non ha senso fermarsi ora, conviene andare avanti e vedere cosa trovano. Ma è alla guida da più di quattro ore, prendere un po’ d’aria non le dispiace. E poi magari darà il cambio a Magda e potrà riposarsi sul sedile accanto.
Rallenta e ferma la macchina.
– ARRIVO.
«Ma non prendermi per il culo!» Lexy spegne il motore. La musica si interrompe e rimangono in silenzio per la prima volta da quando sono partite. «E ora?»
Magda spazia lo sguardo intorno. «Scendiamo. Vediamo cosa c’è.»
Non c’è niente, si vede benissimo. Solo strisce di asfalto nel mezzo al niente. Il navigatore puntato sulla città di Macadam le ha portate da tutt’altra parte. Da nessuna parte.
Magda non aspetta la sua risposta, apre lo sportello e scende.
Lexy stacca il telefono dalla calamita e lo infila in tasca.

– PROSEGUI-PER. QUATTRO-CENTO METRI.
Lexy ha impostato il percorso per il Motel Hildebrand, che il navigatore indicava come il più vicino alla loro posizione attuale. Sfila gli occhiali da sole che iniziano a rendere confusa la visione nella luce aranciata del tramonto. Non che ci sia molto da vedere.
«Ci toccherà dormire in macchina.»
«No, aspetta.» Magda la precede di qualche passo. «Vediamo dove ci porta questa strada.»
«Magda, non lo vedi? Non c’è niente.»
«Aspetta, ti dico!» Affretta il passo.
Lexy rimane indietro.
Si ferma, guarda il telefono. Apre la mappa e attiva la street view.
L’app le mostra una serie di edifici sul lato della strada, insegne luminose, passanti sfocati colti nell’inquadratura. Più avanti, alla fine di quella strada, una piazza con una fontana zampillante.
Alza gli occhi: Magda si è fermata proprio lì.
«Lo senti?» urla verso di lei.
«Sento cosa?»
«Vieni.»
Lexy scuote la testa. Si tira i capelli all’indietro e li lega in una coda, ha il collo sudato. Raggiunge Magda, ferma al centro di quella che dovrebbe essere la piazza.
«Allora?» Guarda l’amica, le mani piantate sui fianchi. «Quanto tempo vogliamo»
«Shh!» porta l’indice alle labbra. «Ascolta.»
Lexy scorre l’intero panorama da un punto cardinale all’altro. «Cosa dovrei…»
Uno scroscio. No, meno. Qualcosa che gocciola.
L’aria è più fresca, in quel punto.
«Hai sentito?» chiede Magda. «È qui.»
Lexy vorrebbe chiederle cosa, ma intuisce già la risposta.
Muove un altro passo verso il centro della piazza, verso la fontana che non c’è. Allunga una mano.
Freddo sulle dita, umido che cola lungo il polso.
Magda tende la mano. «Passami il telefono.»
Lexy muove il braccio verso di lei, si ferma.
Non da questa parte. Si sposta di lato, aggira il punto in cui ha sentito freddo e umido. Non ha niente sulla mano, perché non c’è niente lì, ma non vuole bagnare il cellulare.
Magda glielo sfila di mano e batte sullo schermo con le dita. Allarga, sceglie, punta. «Andiamo qui.»
«Qui dove?»
Lei non la aspetta. Cammina con il braccio steso in avanti, il telefono come il bastone di un rabdomante.

Lo street view mostra un palco adornato di bandierine colorate e ghirlande di fiori. Sulla piattaforma, una decina di uomini in completo grigio, con sassofoni e tromboni. Di fronte un assembramento di persone, cappotti lunghi e pesanti, berretti di lana.
«C’è una festa» dice Magda.
Lexy sospira. «Forse c’è stata. Il navigatore ci ha portato fuori strada, le immagini sono vecchie.»
L’ha appena detto quando sente un applauso. Lontano, liquido, da una direzione imprecisata.
«Uoooooh!» Magda lancia le braccia al cielo, saltella. «Volevi la musica?»
Lexy si preme sulle tempie e abbassa il capo.
Torna a guardare l’amica.
Magda sta battendo le mani a ritmo.
Quale ritmo?
Scuote la testa.
Non c’è nessun ritmo. Non c’è musica, non ci sono persone. Non c’è quasi più luce, il sole si è abbassato del tutto.
«Andiamocene. Se partiamo ora…»
Magda non la ascolta, o forse non la sente del tutto nella confusione generale di quel silenzio totale.
Lexy le si avvicina. Urta qualcosa con la spalla. «Scusi» dice, a nessuno.
Prende Magda per il braccio. «Torniamo alla macchina.»
Lei si ferma. Si sfila dalla sua presa. «Tu vai. Io torno con loro.»
Lexy li guarda. Un gruppo di ragazzi della loro età, sorridono ma non sono lì.
Annuisce.
Magda le restituisce il telefono. «Ti chiamo domattina.»

– SVOLTA A-SINISTRA.
La voce del navigatore esce ovattata dalla tasca posteriore. Ha impostato l’indirizzo del motel dove si sono fermate all’inizio per ritrovare la macchina.
Inspira l’aria gelata della sera, troppo fredda per essere metà luglio.
Si ferma e si volta indietro verso la piazza. La sagoma di Magda non si vede più per il buio e la distanza.
Chiude gli occhi. Si gira a riprende a camminare.
La strada sotto i suoi piedi è vivida, vibrante. Si lascia guidare dai solchi impercettibili lasciati da decenni di traffico.
– TRA QUATTRO-CENTO. METRI. ARRIVO.
Sfila il telefono e disattiva il volume. Lo ripone in tasca.
Prosegue a occhi chiusi, sull’asfalto liscio e uniforme.


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